Cosa potrebbe accadere se, invece di stigmatizzare percezioni e comportamenti che divergono dalla norma, li si riconoscesse semplicemente come differenti modi in cui la neurodiversità umana abita il mondo? Riusciremmo, partendo da questo riconoscimento, a ripensare la progettazione per rispondere ai bisogni sensoriali di diversi cablaggi neurologici, invece di continuare a considerare esigenze astratte e disincarnate? Accogliere nella progettazione le percezioni atipiche di persone neurodivergenti, non come problema ma come risorsa, potrebbe forse portarci a guardare lo spazio in modo diverso, svelandone all’interno – ad esempio attraverso l’intensità dell’esperienza autistica – quegli aspetti disfunzionali che influenzano inconsciamente il benessere di un numero molto più esteso di persone.