Il saggio delinea una genealogia della ferita come quadro critico per esaminare la relazione tra spazio, memoria e violenza storica, mettendo in discussione le narrazioni pacificanti che spesso accompagnano la ricostruzione. Concentrandosi sul contesto italiano del dopoguerra, la ricomposizione urbana e simbolica viene interpretata come una strategia di cancellazione, in cui il restauro e il ritorno alla formalità diminuiscono la leggibilità della frattura causata dalla guerra.