Negli ultimi anni il concetto di pressione è emerso nel dibattito sull’architettura e gli spazi urbani: gli effetti visibili del cambiamento climatico, i diffusi conflitti informali e l’escalation di disordini sociali ed economici mostrano come città e territori futuri saranno sempre più definiti dalla capacità di risposta e adattamento a condizioni avverse piuttosto che da una visione prospettica di lungo periodo. Si tratta di un notevole cambiamento di paradigma rispetto alla visione modernista e positivista ma anche rispetto alle pratiche contemporanee, che richiederà di ideare nuovi strumenti e nuovi meccanismi progettuali e operativi. Le pressioni possono essere chiare e visibili in alcuni contesti, come le rapide trasformazioni urbane nel Sud del mondo o nelle città coinvolte in disastri naturali e urbicidi ma, allo stesso tempo, quasi invisibili in aree in cui le dinamiche sociali, economiche e politiche stanno continuamente rimodellando gli spazi urbani o dove le prime conseguenze del cambiamento climatico stanno impattando con ritmo significativo, ma spesso invisibile a occhio nudo. Affrontare le pressioni dal punto di vista progettuale significa operare in un ambiente mutevole e incerto dove le metamorfosi dei territori e degli ambienti costruiti devono essere continuamente rinegoziate e risignificate verso la costruzione di un equilibrio dinamico capace di bilanciare i bisogni della comunità e la sicurezza personale, il benessere odierno con aspirazioni future, le prestazioni quantitative con la bellezza.